La recensione di Marco Vizzardelli (concerto Filarmonica-Chailly)
Chailly. Bello, bene, non di più. Bello e bene è... la padronanza di tutto il repertorio eseguito, l'entusiasmo evidente che ci mette anche quando si agita come un ossesso (c'è un particolare nella sua fisicità, che lo accompagna dagli inizi: sballonzola sui ginocchi e l'esito è che le orchestre rispondono al gesto e la frase sballonzola, danza. Se "si ascoltasse" si accorgerebbe che è vero, e si forzerebbe a star fermo. Non sto scherzando: è un chiaro esito sonoro, per chi ascolta. La frase musicale balla in risposta al suo movimento di gambe, non è mai rettilinea, il che talora è un limite proprio gestuale).
Tecnica, conoscenza dei testi, cuore e intelletto sono fuori discussione. Gli manca inesorabilmente un elemento: il fascino. Fascino sonoro, innanzitutto. Il suono terso, arioso, scintillante del recentissimo Gatti già non c'è più. Scomparso. E con quel suono, sparito il fascino. Non c'è mistero, non c'è fascinazione, nel far musica di Chailly. Tanta bravura, questo sì, indubbiamente. Ma il suono è anonimo... generico, verrebbe da dire. Poco colorato, qualunque cosa esegua (molto bene, intendiamoci). E, ultimamente (vedi Aida: ma fa molto meglio questo repertorio rispetto a Verdi)
ha una forte tendenza ad approdare al baccano quando chiede il fortissimo: proprio perchè gli manca un colore, un fascino suo, anche quando (come in questa occasione) l'orchestra gli risponde assai bene.
I lavori di Webern e Corghi sono entrambi piacevoli ed entrambi tralasciabili, in rapporto al valore dell'uno e dell'altro compositore. Hanno fatto di meglio entrambi. Ma va benissimo: non necessariamente si eseguono solo capolavori.
Vita d'Eroe, nell'esecuzione e interpretazione di Chailly, esce bene, ma come un esercizio un po' sterile (compreso il prevedibile baccano delle battaglie dell'eroe, pur governatissimo dal direttore, ma ... baccano, eccome). Non c'è il mistero, la sensualità, il colore (PRETRE o lo stesso Rattle, così meravigliosamente irregolari in Vita d'Eroe, quanto Chailly è regolare). C'è la bravura compositiva e direttoriale. Chailly non è freddo, anzi: caloroso (meravigliosamente seguìto dal primo violino scaligero. Bravo!!). Ma c'è una cosa che non può dare perché non c'è: un suono suo, il colore. Non ce l'ha, che diriga a Lipsia, Amsterdam o alla Scala: sempre quella tinta media-grigia è. Piano, forte, fortissimo, entusiasmo, appropriatezza, partecipazione. Non fascino, non colore.
Torno all'inizio e lo metto come conclusione. L'orchestra. Bravi! E bisogna pur dirlo: dalla partenza di Muti in poi, l'orchestra ha guadagnato (in termini sportivi) una categoria, in espansione, libertà e qualità di suono e di esecuzione. Non c'è più il ronzio da mosche dei violoncelli. I nuovi corni finalmente suonano e tendenzialmente non spernacchiano (non è il singolo scroccare che importa: è la sensazione d'un'espansione e d'una libertà ritrovata). L'Orchestra della Scala, da quando Muti se n'è andato, è migliorata. Lo è di fatto.
Marco Vizzardelli
