martedì, 30 gennaio 2007

La recensione di Marco Vizzardelli (concerto Filarmonica-Chailly)

Chailly. Bello, bene, non di più. Bello e bene è... la padronanza di tutto il repertorio eseguito, l'entusiasmo evidente che ci mette anche quando si agita come un ossesso (c'è un particolare nella sua fisicità, che lo accompagna dagli inizi: sballonzola sui ginocchi e l'esito è che le orchestre rispondono al gesto e la frase sballonzola, danza. Se "si ascoltasse" si accorgerebbe che è vero, e si forzerebbe a star fermo. Non sto scherzando: è un chiaro esito sonoro, per chi ascolta. La frase musicale balla in risposta al suo movimento di gambe, non è mai rettilinea, il che talora è un limite proprio gestuale).
Tecnica, conoscenza dei testi, cuore e intelletto sono fuori discussione. Gli manca inesorabilmente un elemento: il fascino. Fascino sonoro, innanzitutto. Il suono terso, arioso, scintillante del recentissimo Gatti già non c'è più. Scomparso. E con quel suono, sparito il fascino. Non c'è mistero, non c'è fascinazione, nel far musica di Chailly. Tanta bravura, questo sì, indubbiamente. Ma il suono è anonimo... generico, verrebbe da dire. Poco colorato, qualunque cosa esegua (molto bene, intendiamoci). E, ultimamente (vedi Aida: ma fa molto meglio questo repertorio rispetto a Verdi)
ha una forte tendenza ad approdare al baccano quando chiede il fortissimo: proprio perchè gli manca un colore, un fascino suo, anche quando (come in questa occasione) l'orchestra gli risponde assai bene.
I lavori di Webern e Corghi sono entrambi piacevoli ed entrambi tralasciabili, in rapporto al valore dell'uno e dell'altro compositore. Hanno fatto di meglio entrambi. Ma va benissimo: non necessariamente si eseguono solo capolavori.
Vita d'Eroe, nell'esecuzione e interpretazione di Chailly, esce bene, ma come un esercizio un po' sterile (compreso il prevedibile baccano delle battaglie dell'eroe, pur governatissimo dal direttore, ma ... baccano, eccome). Non c'è il mistero, la sensualità, il colore (PRETRE o lo stesso Rattle, così meravigliosamente irregolari in Vita d'Eroe, quanto Chailly è regolare). C'è la bravura compositiva e direttoriale. Chailly non è freddo, anzi: caloroso (meravigliosamente seguìto dal primo violino scaligero. Bravo!!). Ma c'è una cosa che non può dare perché non c'è: un suono suo, il colore. Non ce l'ha, che diriga a Lipsia, Amsterdam o alla Scala: sempre quella tinta media-grigia è. Piano, forte, fortissimo, entusiasmo, appropriatezza, partecipazione. Non fascino, non colore.
Torno all'inizio e lo metto come conclusione. L'orchestra. Bravi! E bisogna pur dirlo: dalla partenza di Muti in poi, l'orchestra ha guadagnato (in termini sportivi) una categoria, in espansione, libertà e qualità di suono e di esecuzione. Non c'è più il ronzio da mosche dei violoncelli. I nuovi corni finalmente suonano e tendenzialmente non spernacchiano (non è il singolo scroccare che importa: è la sensazione d'un'espansione e d'una libertà ritrovata). L'Orchestra della Scala, da quando Muti se n'è andato, è migliorata. Lo è di fatto.


Marco Vizzardelli

 

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domenica, 28 gennaio 2007

Filarmonica della Scala

Direttore: Riccardo Chailly


Anton Webern: Im Sommerwind

Azio Corghi: Poema sinfonico
(Prima esecuzione assoluta – Commissione della Filarmonica della Scala)

Richard Strauss: Ein Heldenleben

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venerdì, 26 gennaio 2007
Il sovrintendente ripristina un obbligo inosservato da anni. Chailly: giusto onorare il luogo. Dario Fo: è discriminazione
La Scala vietata senza cravatta
Lissner fa stampare la regola sui biglietti. E Milano si divide

Molti temono che la decisione allontani il grande pubblico e soprattutto i giovani
PAOLA ZONCA - Repubblica di venerdì 26 gennaio 2007



MILANO - Abito scuro per le "prime", giacca e cravatta per tutte le rappresentazioni, e per le donne "abbigliamento consono al decoro del teatro": la Scala da questa stagione ha deciso di stampare sul retro dei biglietti una sintesi (in italiano e inglese) delle norme di corretto comportamento da tenere durante gli spettacoli, abiti compresi. E promette, per il futuro, controlli discreti: nessuno sarà cacciato, dicono, ma invitato a osservare le regole. Una scelta che fa discutere e divide artisti e pubblico: c´è chi è assolutamente in linea col sovrintendente Stéphane Lissner, sostenendo che la Scala è un´istituzione storica che merita rispetto, chi invece teme che l´invito a presentarsi con una "divisa" possa allontanare ancora di più dalla musica lirica e classica il grande pubblico.
«Sono d´accordo: è bello che in una sede storica come la Scala gli spettatori abbiano un atteggiamento, non dico reverenziale, ma che onori il luogo» sostiene il direttore d´orchestra Riccardo Chailly. Un´opinione non scontata la sua, visto che ha lavorato a Londra e ad Amsterdam, dove il pubblico spesso va ai concerti con un look casual. «In Olanda, poco manca che si presentino in mutande» aggiunge «ma alla Scala no, la sua tradizione impone un atteggiamento diverso». Anche l´ex sovrintendente scaligero, Carlo Fontana, sostiene che la battaglia è giusta: «Ho l´imprinting di Paolo Grassi, che diceva: Lenin ha fatto la rivoluzione in giacca, cravatta e panciotto». La regola, però, non vale per i musei. «Il teatro è un momento aggregante» aggiunge Fontana «Ci vuole rispetto per chi lavora sul palcoscenico». Secondo il compositore Fabio Vacchi, «la diseducazione del pubblico è un oceano molto vasto, dove trovano posto sia il vestirsi con abiti pseudo-casual, che magari costano il triplo di quelli normali, sia far squillare il telefonino, applaudire tra un movimento e l´altro di una sinfonia, sbattere le porte dei palchi. La scelta della Scala è un richiamo all´avanguardia, contro il conformismo dilagante», perché presentarsi in jeans e maglione è «un atteggiamento ostentato e sbruffone». Favorevole anche l´assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Sgarbi: «Bisognerebbe costringere i turisti a vestirsi in modo consono quando visitano i monumenti, e questo vale anche per i teatri».
Meno drastico il parere del capo dell´ufficio indagini Figc Francesco Saverio Borrelli, assiduo frequentatore della Scala. «Mi pare una pretesa eccessiva ripristinare un rigore nei costumi» dice. «Certo, nessuno entrerebbe in una chiesa in costume da bagno, quindi è giusto l´appello a non assistere agli spettacoli in pantofole e camicia aperta sul petto villoso. Ma da qui a esercitare dei controlli... Così si rischia di rendere i teatri delle roccaforti del passatismo e di tenere lontano il grande pubblico». «Brutto segno», sostiene il Premio Nobel Dario Fo. «È l´uomo che fa l´abito, lo stile, non viceversa. Credo che la Scala preferisca avere spettatori tutti molto simili, meglio se persone soltanto di un certo rango. È una forma di discriminazione». Il giovane direttore Antonello Manacorda, ex violinista pupillo di Abbado, è il più critico: «Mi viene da ridere: cosa vuol dire fare dei controlli? Sono d´accordo sull´eleganza, che non fa male a nessuno, come la bellezza. Ma perché identificarla con giacca e cravatta? E poi si vogliono trascinare i giovani a teatro: se li obblighiamo a vestirsi come i loro genitori, non li vedremo mai. E noi, per chi li faremo questi concerti?».

 

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lunedì, 22 gennaio 2007
La recensione di Massimiliano Vono del concerto della Filarmonica diretto da Gatti
 
Capita molto raramente oggigiorno di uscire da un concerto con la percezione di aver ascoltato qualcosa di nuovo e che lascia il segno nel cammino interpretativo del tempo, divenendo poco a poco storia.
Succede la quasi totalità delle volte con Claudio Abbado, succedeva sempre negli ultimi anni di vita di Leonard Bernstein e nelle sporadiche apparizioni di Carlos Kleiber.
Ed è accaduto ieri sera con Gatti, testimoniando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l'assoluta grandezza di questo interprete. Ribadisco: che Lissner si dia una mossa...La Scala NON è l'unico teatro d'opera al mondo, nè tanto meno il più importante, oggigiorno. Gatti miete trionfi ovunque: a Londra, a Vienna, in USA e, attualmente, a parte l'impegno con la Royal Philarmonic di Londra (orchestra la cui stagione è, per numero di concerti, sovrapponibile a quella della Filarmonica della Scala) non ha incarichi fissi. Vorrei evitare di trascorrere il prossimo decennio a mordermi le manine perchè il burosauro scaligero è stato lento, ed il nostro è trasmigrato oltralpe o oltremanica (prima o poi Ozawa si dimetterà...).
Delle sinfonie di Mendelssohn credo che ciascuno di noi possegga diverse interpretazioni e abbia ascoltato svariate esecuzioni. Soprattutto delle ultime tre. L'Italiana, grazie a quel sottotitolo patrio, è la più popolare, il tema principale viene utilizzato per gli spot pubblicitari, sedimentandosi nel nostro inconscio musicale. Tutti gli interpreti, chi più, chi meno, attribuiscono a questo capolavoro un connotato solare, di alta cantabilità melodica, di effusivo lirismo...i più ritrosi e cartesiani vi vedono una sorta di aulica e arcadica serenità. E' una sinfonia dominata dalla cetra di Apollo, non certo dal flauto di Pan.
Gatti, viceversa, si accorge che Mendelssohn è compositore del nord. Non solo. Ricorda che è il compositore della "Scozzese", della "Riforma" e della "Grotta di Fingal".
Non solo.
Ricorda che non è estraneo alla poetica di Mendelssohn un certo luciferino demonismo di streghe e incantamenti propri della musica da scena per il "Sogno di una notte di mezz'estate" di Shakespeare...Tutto questo si traduce, espressivamente, in una intepretazione che predilige colori scuri, ombrosi (fiati, timpani) e un'articolazione serrata, maniacale, nel gioco degli archi, senza che mai venga meno la naturale cantabilità della linea melodica. Un Mendelssohn che trovo molto affine a quello, altrettanto scuro e diabolico, di Klemperer, ma con un senso del canto melodico indubbiamente più caloroso. La cifra stilistica di Gatti è nel saltarello finale: non la tarantella latina frenetica che siamo abituati ad ascoltare quasi ovunque, ma una implacabile "danse macabre"...vicoli oscuri, mascherate ambigue, antichi riti alchemici non sono prerogativa solo del brumoso nord...
La difficilissima Konzertmusik op.50 di Hindemith è stata dipanata con nitore, analisi e, soprattutto, quel quid di energia in più per asciugare il ritmo e compattare al massimo il suono dei delicati ottoni scaligeri che ne sono usciti vincitori.
Ricordavo la Prima di Brahms di Gatti per avegliela sentita dirigere più di una volta. Dimenichiamoci turgori romantici e colliquati alla Bernstein o il camerismo crepuscolare di Giulini.
Il Brahms di Gatti è fuso nel puro fuoco prometeico, incandescente e tagliente come un fascio di pura energia, la logica sintesi dell'evoluzione di Beethoven. I due tempi intermedi non sono più concepiti come oasi di canto, ma come ribollire fremente di un'anima introversa che deve trovare la via più breve per giungere al trionfo finale. Il tutto adottando tempi, va da sè, speditissimi, ma mai rigidi come testimonia l'affanno tormentato reso attraverso un fraseggio rubatissimo del secondo tempo.
L'esito del concerto è stato trionfale.

MV
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lunedì, 22 gennaio 2007

La recensione di Lohengrin firmata da Massimiliano Vono

Ho assistito a Lohengrin alla seconda recita. Parto dalla regia. Mi sono sembrate sommamente ingiuste le contestazioni a Lehnoff & co. Certo, non è senza dubbio una regia memorabile e che faccia gridare al miracolo. Ma ha il pregio della sobrietà, del gusto nei movimenti scenici e dell'appopriata sintesi nell'analisi psicologica dei caratteri. Certo vi sono eccessi di "cripticismo" che infastidiscono (la sedia al proscenio, omnipresente dall'inizio alla fine, forse il simbolo di un luogo scenico "altro" o chissà che; il pianoforte di Lohengrin nella camera da letto...forse che Lohengrin è metafora dell'Artista? Boh) e, soprattutto, la scelta infelice dei costumi di scena (quello di Lohengrin in blazer luccicante è ridicolo). Il resto si fa apprezzare e, dopotutto, cose tipo l'ambientazione in epoca guglielmina sono state viste e riviste in svariate salse.
In definitiva, fischiare un Lehnoff per questa messinscena significa non avere ben presente cosa siano le regie "avveniristiche" che vengono ammannite in teatri lievemente meno ingessati rispetto alla Scala (ricordo a Stoccarda un Sigfrido ambientato in una cucina anni '50, per esempio). Ah, una curiosità, in locandina scenica è evidenziato un "responsabile" dei movimenti coreografici Deni Sayers...pensando e ripensando non ricordo alcuna coreografia all'interno di questo Lohengrin...Chiedo lumi a qualcuno addetto ai lavori.
Passo alla parte musicale. Ovvero a Daniele Gatti che, come Atlante, regge il mondo sulle sue possenti spalle, dando una prova, se possibile, ancora più scavata rispetto al se stesso di Bologna.
La concertazione è assoluta, un tripudio di trasparenza nell'ordito orchestrale sempre terso anche nelle più violente esplosioni (esempio su tutti: il fremente ribollire dell'orchestra, vero vapore sulfureo, sotto l'invocazione a "Wodan" e "Freia" di Ortrud nel II atto senza che una sillaba della Meier venga perduta) e sempre condotto a sostegno del canto (il trionfo di Gatti è, tra tutti i suoi meriti, anche quello di non coprire mai i cantanti...e non c'erano in scena la Flagstadt e Melchior...). Interpretativamente, poi, il Wagner di Gatti è la perfetta sintesi tra la grandezza e, in certo senso, l'epos tedesco e il canto latino (la romanza di Elsa nel I atto, il suo "Inno all'aere" del II, tutto il concertato II, condotto con una gradazione del "crescendo", una tensione lirica e un'ampiezza di respiro che hanno del miracoloso).
Insomma, tutto questo per dire che se La Scala è alla ricerca di un direttore stabile, con Gatti l'ha sicuramente trovato. Lissner è pregato di redigere il contratto e Gatti di firmarlo.
Cantanti: ovvero il mondo sorretto da Atlante/Gatti.
Non capisco per quale ragione si tenda sempre a scorgere in Elsa solo il lato angelicato. In lei convivono due anime, una contemplativa, ma l'altra ben più carnale, da soprano drammatico. Non è un caso che ad Elsa Wagner affidi tutta la melodia di esaltazione con cui inizia il finale I con parole e musica che presagiscono il Tristano ("In te io debbo perdermi, innanzi a te svanire" canta Elsa). La Schwanewilms, soprano lirico, è convenientemente fragile, anche troppo, ma le è estraneo il lato più propriamente femminile dell'eroina wagneriana. Dean Smith porta a casa la recita senza creparsi (alla prima non gli era riuscito) e già questo, in tempi grami di tenori wagneriani come il nostro, è un successo...certo, un Lohengrin che tiene lo spettatore con l'ansia "ce la farà o non ce la farà" fino alla fine non è molto eroico. La Meier giganteggia da par suo(e se tutti fossero come lei a Gatti sarebbe risparmiata la fatica di essere Atlante). Tom Fox è un baritono piuttosto corto e dal timbro un po' opaco e poco cavalleresco (Telramondo è un cavaliere ingannato, con altissimo il senso dell'onore), mentre il Re è tale di nome (si chiama Koenig) e di fatto con un timbro ricco, pastoso, possente...Con un sovrano di tale pasta, obbiettivamente di Lohengrin non ci sarebbe affatto bisogno.
Orchestra magnifica (e in Wagner quest'aggettivo vale moltiplicato tre) e coro superbo, il quale, con questa prova, si è fatto perdonare il migliorabile esito in Aida e, soprattutto, l'affronto a Boulez.

Massimiliano Vono

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venerdì, 19 gennaio 2007

Filarmonica della Scala
21, 22 e 24 gennaio 2007, ore 20

Direttore: Daniele Gatti

Felix Mendelssohn-Bartholdy
Sinfonia n. 4 in la magg. op. 90 "Italiana"

Paul Hindemith
Konzertmusik op. 50
per archi e ottoni

Johannes Brahms
Sinfonia n. 1 in do min. op. 68
 

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lunedì, 15 gennaio 2007

Mercoledì 17 Gennaio

Richard Wagner 

  
Lohengrin

Direttore: Daniele Gatti

Regia: Nikolaus Lehnhoff

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domenica, 07 gennaio 2007
"A SCENA APERTA": CARLO FONTANA RIPERCORRE LE TAPPE DEL SUO IMPEGNO PER IL TEATRO in un libro che uscirà il 25 gennaio e sarà presentato alla Scala il 5 febbraio
L´ex sovrintendente ha raccolto in un volume i suoi quindici anni alla guida del teatro lirico
Riportiamo l'intervista apparsa sulle pagine milanesi di Repubblica il 5 gennaio 2007, a firma di Anna Cirillo
Fontana, segreti e bugie sulle onde della musica

Aneddoti, personaggi fatti e verità che compongono un pezzo di storia milanese
Non mancano i capitoli amari del dissidio con il direttore d´orchestra e delle sue dimissioni
Eletto senatore dell´Ulivo ha ricordato gli incontri straordinari, gli artisti e i maestri
Riccardo Muti Con lui avrei potuto coronare il mio sogno: fare squadra. Ma la visse come un´ingerenza
Renata Tebaldi Incarnava l´arte del canto allo stato puro, per anni ci siamo scritti lunghe lettere
Giorgio Strehler Appena potevo mi concedevo un premio: assistere alle sue prove. Mi è rimasto nel cuore Paolo Grassi È l´incontro che mi ha segnato la vita. Un uomo eccezionale irripetibile e unico


La sua storia professionale e umana l´ha voluta mettere tutta qui. In questo libro che verrà presentato ufficialmente nell´amatissima Scala - «la passion predominante della mia vita» - dove non ha quasi più messo piede da quando se ne andò in «quel fatidico 24 febbraio 2005». Quindici anni da sovrintendente e un finale amaro. Anzi, una «fine traumatica». Quel giorno cadde la sua testa e Carlo Fontana dovette lasciare l´incarico.
Ma poche settimane più tardi dal teatro se ne andò anche il suo antagonista, Riccardo Muti. «Confesso che cerco di tenermi lontano dalla Scala, l´impatto emotivo è sempre molto forte...» scrive con uno stile asciutto l´ex sovrintendente in «A Scena Aperta», il libro che ripercorre le tappe della sua carriera e del teatro che ha diretto, punto centrale della sua esistenza fin da bambino. L´amore per la musica in famiglia, il magico sodalizio con Paolo Grassi, l´uomo che gli ha insegnato il mestiere. Il duro lavoro, gli incontri con artisti e i ricordi delle emozioni che hanno suscitato, le sfide vinte e quelle perse. Fino al rapporto con Riccardo Muti, a quel che poteva essere e non è stato. «È un libro sincero - spiega Carlo Fontana - dove racconto tutto».
L´infanzia alla Scala. Cosa sia per Fontana il teatro milanese lo dice bene questo passo: «Per i nonni e per mio padre frequentare il loggione scaligero era una consuetudine alla quale difficilmente la famiglia rinunciava...». Il debutto come spettatore avviene a cinque anni. «Capivo poco o nulla di quel che accadeva, ma rimasi incantato dalla musica e dalle voci. Era bellissima agli occhi di un bambino la sala del Piermarini: mi esaltava, accendeva la fantasia». Fu al punto che nella sua cameretta costruì «un teatrino giocattolo. Giocavo con il mio teatro in miniatura, mettevo musica d´opera e inscenavo spettacoli, immaginando che "da grande" sarei andato a lavorare in quel luogo di magia».
L´amicizia con Paolo Grassi. Non usa mezzi termini per definirlo: è l´incontro «che ha mi segnato la vita». Amico di famiglia, il fondatore, con Strehler, del Piccolo Teatro fu l´artefice dell´educazione teatrale di un ragazzo che amava il teatro. «Un´esperienza entusiasmante, mi ritengo fortunato per aver vissuto la mia formazione a fianco di un uomo eccezionale, irripetibile, unico». Fontana ha vent´anni, organizza spettacoli didattici e il Piccolo è «una scuola di disciplina ferrea», in cui «si lavorava di giorno e di notte». Grassi viene nominato sovrintendente della Scala («un teatro affascinante e crudele», così diceva) e lo chiama nel ruolo di assistente. Da lì «iniziò il mio cammino verso quella che poi diventerà la mia "casa"».
La Milano degli anni ‘80. «Sono un milanese che non ha vissuto a Milano negli anni Ottanta. Una fortuna, vista a posteriori.... Milano, opulenta e involgarita, aveva progressivamente perso la sua identità autentica. Il vuoto culturale che si era creato fu il bacino di coltura di Tangentopoli. Quella Milano ha lasciato dilagare il qualunquismo».
La nomina. A 43 anni, il 25 settembre 1990, Fontana diventa sovrintendente alla Scala, in una Milano allora governata dal sindaco Pillitteri. «Mi ponevo idealmente come l´erede di Paolo Grassi, mi sarei battuto per una Scala il più possibile fruibile. Doveva diventare centro di formazione e di proposta culturale aperta a tutti». Ha un obiettivo: riportare nel teatro gli artisti assenti «da troppi anni». «Ero curioso, aperto, sentivo la necessità di dare sempre più spazio agli artisti, già affermati o giovani».
Gli artisti. Strehler, prima di tutto. «L´ho conosciuto in una prova del Piccolo, i capelli lucenti, la voce profonda e tonante. Assistere alle sue prove era un´esperienza unica, un premio che mi offrivo non appena ne avevo la possibilità». La vita di un organizzatore teatrale è «un carniere ricco di incontri»: ecco, tra i tanti e tanti, Placido Domingo «solare, esuberante, generoso», Mirella Freni «che ascoltai per la prima volta a 11 anni, per me un coup de coeur», i toni della voce di Valentina Cortese «che mai dimenticherò».
Il dissidio con Muti. Fontana non ha problemi a scriverlo, è l´artista a cui ha dedicato «la parte più rilevante» della sua vita professionale. «Con Muti avrei potuto coronare il mio sogno, operare al suo fianco su un progetto comune..... Con lui avrei potuto fare squadra, mettere in atto un cambiamento». Ma «mi resi conto che il gioco di squadra che desideravo veniva da lui letto come un´ingerenza». Le ragioni del contrasto, secondo Fontana, sono «più culturali che di carattere» e risiedevano «nel bisogno del direttore musicale di governare la Scala come un monarca assoluto». Riccardo Muti «era arrivato ad identificare se stesso con l´istituzione. Muti, secondo Muti, era la Scala».

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domenica, 07 gennaio 2007

Teatro alla Scala
Filarmonica della Scala
16 gennaio 2007, ore 19

 

 

 
Nel cinquantesimo anniversario della morte di Arturo Toscanini
 

Il 16 gennaio 2007, giorno in cui si celebrano i cinquant’anni dalla morte di Arturo Toscanini, il Teatro alla Scala offre alla città un concerto gratuito dell’orchestra Filarmonica diretta da Daniel Barenboim. In programma, alle ore 19, la Sinfonia n. 3 "Eroica" di Ludwig van Beethoven] Considerato il particolare carattere artistico e simbolico del concerto, la Scala ha inteso aprire la sala del Piermarini a quelle categorie di persone che per diversi motivi hanno difficoltà ad accedere al nostro Teatro. Quindi, per offrire una importante occasione di ascolto a un nuovo e diverso pubblico, si è scelto di affidare ai nove Consigli di Zona e ai Centri Comunali per la terza Età la distribuzione dei biglietti-invito, fino a esaurimento dei posti.


Direttore

Daniel Barenboim

Programma

Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 3 in mi bem. magg. op. 55 "Eroica"
Allegro con brio
Marcia funebre. Adagio assai
Scherzo. Allegro vivace
Finale. Allegro molto

 

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