giovedì, 29 marzo 2007

2 aprile 2007, ore 20.00
Teatro alla Scala
(Stagione Filarmonica VI)
Direttore:Daniele Gatti

R. WAGNER:
Estratti da “Gotterdammerung”

A. BRUCKNER:
Sinfonia n°9 in re min.

(foto di Daniele Gatti dal sito della Filarmonica della Scala)Gatti

postato da: Attilia alle ore 13:34 | Permalink | commenti (35)
categoria:
lunedì, 26 marzo 2007

 

 

Concerto M° Semyon Bychkov

 

 

 

 

marzo 2007: 26, 27, 28

 

 

 

L’ultima sua apparizione, come direttore d’opera, è stata al Teatro degli Arcimboldi, per una Elektra di Strauss con Deborah Polaski nel ruolo del titolo. Coincidenza vuole che, una settimana dopo il recital della Polaski (19 marzo), Semyon Bychkov torni sul podio della Filarmonica per tre concerti della stagione sinfonica, il 26, 27 e 28 marzo.

 

 

 

 

Bychkov è da diversi anni un direttore della famiglia Scala, forte di un repertorio russo e tedesco nel quale eccelle: la sua versione di Evgenij Onegin di Ciaikovskij, per esempio, è stata considerata dai critici di Opera una delle trenta registrazioni di ogni tempo, oltre a ricevere tre premi discografici internazionali. Puntuale, Bychkov torna con uno dei suoi pezzi forti e con una interessante eccezione: alla ben nota Eine Alpensinfonie di Strauss, fa precedere, nella prima parte, il molto più raro Concerto per due pianoforti e orchestra di Bohuslav Martinů, illustrato dal solismo di Katia e Marielle Labèque.

 

Direttore

Semyon Bychkov

Programma


Bohuslav Martinů
Concerto per due pianoforti e orchestra
Allegro non troppo
Adagio
Allegro
Katia e Marielle Labèque, solisti

Richard Strauss
Eine Alpensinfonie op. 64

 

 

postato da: Attilia alle ore 22:28 | Permalink | commenti (64)
categoria:
mercoledì, 21 marzo 2007

La Dame aux camélias

Nuovo allestimento
Produzione della Bayerische Staatsoper di Monaco
Debutto per il Balletto della Scala

COREOGRAFIA: John Neumeier
dal romanzo di Alexandre Dumas (figlio)
ripresa da Victor Hughes e Ilse Wiedmann

MUSICA: Fryderyk Chopin

DIRETTORE: Kevin Rhodes

PIANISTA: Roberto Cominati

SCENE E COSTUMI: Jürgen Rose

LUCI: John Neumeier

ETOILES: Alessandra Ferri; Roberto Bolle; Massimo Murru


postato da: elenas alle ore 13:43 | Permalink | commenti (10)
categoria:
lunedì, 19 marzo 2007
Recital di Canto

Teatro alla Scala
Recital Deborah Polaski


19 marzo 2007, ore 20

 

[...segue] La "luce" europea e la passione wagneriana si accendono presto, in Deborah Polaski, durante un corso estivo di specializzazione a Graz, in Austria. Matura il primo contratto a Gelserkirchen, piccola città vicino a Colonia, ma per Amelia nel Ballo in maschera. Poi è tutta una folle corsa di elektra e di donne senz'ombra, di brunildi e di isolde. E proprio nel ruolo-leggenda di Wagner, Deborah Polaski ha un ricordo interessante con il "maestro scaligero" Daniel Barenboim.

"La mia prima Isolde fu nel 1984 a Freiburg - racconta Deborah Polaski in un'intervista a Jim Pritchard -. Alcuni ruoli diventano più facili nel tempo, non è sempre così per Isolde. Per questo ruolo è particolarmente importante per me che il direttore conosca quel di cui ho bisogno e quando. Oppure devo conoscere qualcuno estremamente bene dal punto di vista musicale, com'è accaduto quando sono saltata sulla seconda recita ai Festtage di Berlino l'anno scorso. Mi chiesero se volevo cantare. Dissi di sì, soprattutto perché sarebbe stato Daniel Barenboim a dirigere. Ebbi a disposizione solo una prova di regia di due ore. Non vidi Barenboim che la sera. Ma avevamo già fatto insieme Tristan , tempo prima, e con lui fu come calzare un guanto".



Soprano

Deborah Polaski

Pianoforte

Charles Spencer

Programma

Johannes Brahms
Liebestreu op. 3 n. 1
Mädchenlied op. 107 n. 5
Blinde Kuh op. 58 n. 1
Alte Liebe op. 72 n. 1
Vergebliches Ständchen op. 84 n. 4

Franz Liszt
Es rauschen die Winde
O lieb so lang du lieben kannst
Es muss ein Wunderbares sein
Der du von dem Himmel bist

Johannes Brahms
Nicht mehr zu Dir zu gehen op. 32 n. 2
Serenate op. 70 n. 3
Bitteres zu sagen op. 32 n. 7
Wenn Du nur zuweilen lächelst op. 57 n. 2
Von ewiger Liebe op. 43 n. 1

Gustav Mahler
Lieder eines fahrenden Gesellen
Wenn mein Schatz Hochzeit macht
Ging heut' morgen übers Feld
Ich hab ein glühend Messer
Die zwei blauen Augen


postato da: Attilia alle ore 17:57 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 19 marzo 2007
Da La Repubblica di ieri, 18 marzo 2007
l'incontro / Maestri di musica
Stephane Lissner

 

Francese, 52 anni, madre ungherese e padre moscovita, una carriera folgorante nel mondo della lirica, è il primo sovrintendente e direttore artistico della Scala non italiano A maggio festeggerà due anni di pacificante dominio del famoso teatro Ai melomani ha offerto cautela, ma anche colpi di genio, direttori mitici e opere applaudite come l' erotica Salomè di Harding. Ora la sfida è realizzare per il 2013 (anniversario di Verdi e Wagner) un progetto degno della Scala - Io però non sono contento di tutti gli spettacoli, devo ancora capire bene come qui si possa affrontare l' indispensabile dibattito tra tradizione e modernità

NATALIA ASPESI

Milano Il 2013 è già qui, aleggia imperioso proprio su questa solenne, antica scrivania bianca e oro, che trattiene l' esuberanza sorridente di Stéphane Lissner, dopo più di due secoli il primo sovrintendente della Scala non italiano, però ormai del tutto milanesizzato, come la moglie e i figli; l' italiano imparato in due mesi, un bell' appartamento nel quartiere di Brera, pronto ad ogni rappresentazione ad accogliere il pubblico nel foyer come un padrone di casa i graditi ospiti, molto invitato nelle più belle dimore della città. A maggio festeggerà i suoi due anni di vorticoso e pacificante dominio del teatro lirico che negli ultimi anni aveva aggiunto, alla sua fama del più glorioso, quella del più litigioso e ingovernabile. «Il 2013 è una data importantissima, due secoli fa nascevano Verdi a Roncole di Busseto, Wagner a Lipsia. Siamo appena in tempo, adesso, per realizzare un progetto degno della Scala e di quei due geni». I tempi della lirica non conoscono né la fretta né l' improvvisazione, e i massimi direttori d' orchestra, i registi, i cantanti, oggi obbligatoriamente belli come modelli, devono essere prenotati con anni d' anticipo; e per esempio i due attuali divini del canto, per bellezza e bravura, la russa Anna Neptrenko e il sudamericano Rollando Villazzon, saranno alla Scala nel 2010, per un Elisir d' amore entusiasmante. Quando nel maggio del 2005 Lissner arrivò coraggiosamente a Milano, il mitico teatro, scintillante per i recenti restauri, era un guscio vuoto, prostrato dai licenziamenti, dalle dimissioni, dai contrasti politici, dagli scioperi, da una livida rabbia che era dilagata nella città: «Non c' era un programma, neppure per la stagione imminente, mentre il Metropolitan di New York stava già organizzando quella del 2011-' 12. Il ritardo mi pareva incolmabile». Il 2 aprile Riccardo Muti, monarca assoluto e venerato della lirica milanese per 19 anni, se ne era andato, sdegnato per l' ammutinamento dell' orchestra, lasciando orfani inconsolabili i suoi devoti; il 21 Bruno Ermolli, il potente vicepresidente del consiglio di amministrazione del teatro, nominava Lissner nuovo sovrintendente e direttore artistico. Francese, 52 anni (allora), figlio di madre ungherese e di padre moscovita diventato parigino, a sua volta figlio di un Lissner lettone e di una Spandikov russa, fisico attraente, gran ciuffo di capelli biondo-grigio sempre composti, occhi azzurri in apparenza innocenti, una carriera folgorante nel mondo della lirica senza una grandiosa preparazione musicale, in quel momento direttore artistico del Festival di Aix-en-Provence, condirettore con Peter Brook del Théatre des Bouffes du Nord di Parigi e direttore del Festival di Vienna, l' unico incarico cui per ora non ha rinunciato. Uno straniero e come tale non legato a nessuna parte politica italiana, conosciuto dai melomani cosmopoliti come ottimo organizzatore, capace di trascinare con sé i più superbi artisti e di trovare sponsor generosi. Anni fa, per convincere Strehler a portare a Parigi l' Opera da tre soldi, si presentò a Quiberon e lo convinse, in accappatoio, tra diete e massaggi. Adesso, ogni settimana raggiunge Claudio Abbado per riportarlo al Piermarini, e ogni volta si sente dire di no, ma non demorde. Fa la stessa cosa con Riccardo Muti? «Per ora no». Con un certo stordimento, il pubblico scaligero, abituato alla solitaria magnificenza di Muti, si è visto piombare sul podio direttori mitici che non venivano da anni o mai venuti, come Boulez, come Barenboim. Soddisfatta l' orchestra che Lissner non si stanca mai di definire la migliore del mondo. «Però non sono contento di tutti gli spettacoli, devo ancora capire bene come possa la Scala affrontare l' indispensabile dibattito tra tradizione e modernità, e in questo senso siamo in ritardo rispetto ad altri teatri». Alla sua seconda stagione, l' abile Lissner ha circuito il pubblico scaligero con allettante cautela; gli ha dato una Aida diretta da Chailly, adorata dai tradizionalisti zeffirelliani e deprecata dagli odiatori di flabelli e danze egizie (però con pioggia di baci ecumenici alla apollinea nudità del ballerino Bolle); gli ha dato un Lohengrin diretto da Gatti e approvato dai wagneriani appassionati di scene disadorne, tra i lamenti di chi non si capacitava sia dell' assenza del solitamente cigolante cigno su ruote che dell' abituccio d' argento del Lohengrin tenore Alagna, per non parlare della sua defezione in piena opera causa fischi. Lissner avanza nella foresta dei melomani brontoloni, un occhio molto attento alla maggioranza tradizionalista, che si incanta solo se gli danno un Puccini con tutte le lacrime, i costumi e i ninnoli a posto, l' altro, tanto più cauto, alla schiera davvero esigua di chi, frequentando altri teatri d' opera, aspira a dissonanze contemporanee e a regie trasgressive. Colpo di genio la Salomè di Richard Strauss, vecchia di un secolo, buona sia per gli avanguardisti che per i passatisti; direttore il riccioluto giovane Harding, regista plumbeo lo svizzero Bondy, ginnica la brava, bella e golosa baciatrice della testa mozza di Jochanaan, la tedesca Nadia Michael, che ha portato un po' di brividi erotici tra i puristi della lirica. Passato indenne, anzi molto applaudito, Strauss, il pubblico della Scala sarà messo più duramente alla prova a maggio e giugno con Jenufa (1904) di Janacek, compositore moravo molto amato da Lissner (figlia adottiva di sagrestana amata da due fratellastri è incinta di uno), e Ledi Makbet di Sostakovic, (1934), che Zdanov sulla Pravda accusò di essere «caos anziché musica». Si spera non scoppino tumulti tra le scollature dei foyer. «Queste due opere marcheranno una svolta e sarà interessante vedere la reazione del pubblico. Certo la cosa più semplice sarebbe chiuderci in una specie di museo pieno di preziosi reperti del passato, ma un teatro come la Scala deve trovare il coraggio di guardare al futuro, al mondo che ci circonda, problematico, difficile, violento, talvolta tragico; e chi se non gli artisti possono proporre una riflessione, farsi domande, cercare risposte? Io non sono impaziente, credo nella necessità di un periodo di transizione in cui dialogare col pubblico. Ci sono sovrintendenti che impongono la loro visione personale dovunque vadano, io lavoro per la visione che la Scala ha dell' opera, e in questo senso penso che non sia ancora pronta ad affrontare in pieno la modernità». Meno male, perché i gusti artistici di Lissner si sono dimostrati spesso tumultuosi; famosa una Traviata messa in scena nel febbraio del 1993 allo Chatelet, il teatro lirico parigino da lui diretto dal 1988 al ' 98, regia del temuto tedesco Klaus Michael Gruber, con il primo atto senza il tradizionale ballo fastoso e la scena occupata da omacci sguaiati e semi svestiti attorno a una Violetta desolata, presaga di morte, sullo sfondo un suo doppio, una Violetta nuda che piange. Fischi a non finire. Peggio qualche anno prima, al teatro di Nizza, dove Lucinda Childs (coreografa applaudita della Salomè che chiude questa sera alla Scala) mise in scena il balletto Relative Calm e tale era lo stridore monotono della musica e dei gesti che alla fine il giovane Lissner dovette scappare, inseguito da una piccola folla di spettatori inferociti decisi a menarlo. Adesso, saggiamente, il suo ardire militante si è adeguato alla prudenza milanese, e infatti per il Candide di Bernstein, che arriverà alla Scala il 20 giugno diretto da John Axelrod, ha chiesto al regista Robert Carsen un ampio ripensamento: «In dicembre siamo andati a vederlo io e mio figlio tredicenne, che alla fine mi ha detto, mi piace, ma sta attento, Milano non è Parigi, la Scala non è lo Chatelet». Pronti a cogliere ogni sospetto scivolone, gli autorevoli critici e i melomani che rimpiangendo Muti misteriosamente non perdonano nulla a Lissner, lo hanno accusato di censura addirittura politica, per aver disapprovato la scena in cui i cinque re spodestati e naufraghi di Voltaire-Bernstein sono in mutande da bagno con le maschere di monarchi di oggi, spodestati e no, tra cui Berlusconi. «è una mia responsabilità decidere quel che non mi piace o potrebbe dispiacere al pubblico. Non è quella scena a essere inopportuna, ma una volgarità diffusa, un eccesso di cabaret. Il regista ha capito e il 10 maggio presenterà i suoi cambiamenti che così come sono andranno in scena». Non ci sarà Lambert Wilson nel ruolo recitativo di Voltaire, e si sta cercando al suo posto un autorevole attore italiano. Candide, prima assoluta nel 1956 a Boston, è l' opera del momento: in gennaio è stata data con grande successo e molte risate al San Carlo di Napoli, direttore Jeffrey Tate, regista Lorenzo Mariani, una geniale Adriana Asti nei panni di Voltaire, attualmente è in scena a Praga, a maggio sarà a Rouen, con allestimenti diversi. «Non siamo ancora il primo teatro del mondo, ma nessun altro lo è; e noi lavoreremo per diventarlo». è una vera sfida, nel momento in cui a New York il Met ha come direttore, da agosto, Peter Gelb e il City Opera ha nominato dal 2009 il belga Gérard Mortier, attuale direttore dell' Opera di Parigi, il teatro più all' avanguardia. Il primo è considerato un innovatore, e ha già messo in scena al Met una Madama Butterfly massimamente stilizzata con la regia di Antony Minghella (Il paziente inglese), il secondo è considerato un provocatore la cui specialità è fare infuriare i critici e fuggire il pubblico. Oggi quindi una vera star.
postato da: Attilia alle ore 13:56 | Permalink | commenti (15)
categoria:
lunedì, 12 marzo 2007

Filarmonica della Scala

Direttore
Daniel Harding

Soprano: Eva-Maria Westbroeck

R. STRAUSS: Vier letzte Lieder A. BRUCKNER: Sinfonia n°5 in si bem. magg.

postato da: elenas alle ore 00:10 | Permalink | commenti (20)
categoria:
giovedì, 08 marzo 2007

Io invece mi soffermerò più di trenta secondi, e più indubbiamente di quello che merita, su quella che ci sembra si possa definire “indegnità professionale”, in riferimento al Signor Paolo Isotta che ricopre abusivamente la qualifica di critico musicale sul Corriere della Sera. Abusivamente, beninteso, non da parte della testata giornalistica, la quale per ragioni misteriose (ma intuibili) lo conserva nella posizione. Abusivamente perchè i suoi datori di lavoro non lo vogliono. E i suoi datori di lavoro siamo noi. Noi, misera minoranza universale che ci rechiamo ad assistere a spettacoli di musica classica, siamo coloro che gli pagano lo stipendio, non i supposti 850.000 lettori delle copie tirate dal quotidiano milanese. Ma noi quattro gatti, unici interessati alla parte critica di uno spettacolo musicale. Per questo, personalmente e pubblicamente, chiedo al Corriere della Sera, alla luce dell'ultimo "articolo" apparso sulla Salome di Strauss data alla Scala, di cercare e assumere al più presto un *vero* critico musicale.
In queste brevi righe (ribadisco, molte più di quelle che l'Isotta meriti) prenderò degli spunti dall'articolo in questione per qualche riflessione.
Partiamo da un semplice concetto: cosa è o cosa dovrebbe essere la critica musicale?


La critica (musicale), quella che avrebbe il compito d’introdurre al fatto d’arte, di spiegarne le ragioni e le finalità, di cercare di far capire al pubblico com’è costruito e qual è il modo migliore per ascoltarlo

Tale definizione non è mia, ma di Renzo Cresti, direttore dell'Istituto Superiore Studi Musicali Boccherini di Lucca. Ora, insieme, cerchiamo di vedere se l'articolo di Isotta risponde a questi requisiti.
Esso consta di circa 212 righe, ognuna delle quali di circa 20 battute, preceduto da un titolo (Erotica Salome Vipera e Pantera) e da un sopratitolo (Elzeviro-Perplessità sull'opera alla Scala).
Già dal sopratitolo noto il veleno della malafede: non vi è stata in teatro alcuna perplessità, solo ovazioni e trionfo assoluto. Io c'ero e tutti gli appassionati che erano presenti possono testimoniare l'altissima temperatura del successo tributato a TUTTI, nessuno escluso. La perplessità, quindi, al massimo, potrebbe esserci unicamente nella testa del critico (e già questo dovrebbe essere per lui motivo di serie riflessioni sulla propria capacità di ascolto e di svolgere la funzione che Renzo Cresti gli attribuisce).
Andiamo avanti.
Delle 212 righe sopra citate, le prime 44 sono dedicate ad un "fatto d'arte e di interpretazione" di importanza capitale: che la testa decollata di Giovanni Battista assomiglia a quella di Giuliano Ferrara. Apprendiamo nel contempo che Ferrara è amico di Isotta e che il fatto che appaia decollato gli porterà senza dubbio lunghissima vita. Praticamente il 20 per cento del prodotto di Isotta è fuori tema. A un ragazzo delle medie (di sedici anni che vuol fare il primo della classe) per i fuori tema si dava un quattro.
Proseguiamo imperterriti nella lettura (ci vuole stomaco e freddezza di nervi, ma ce li abbiamo entrambi). Le ulteriori 126 righe sono "dedicate" da Isotta alla regia e alla scenografia. Al "critico" non piacciono perchè non sono fedeli alle didascalie di Flaubert. Ora, dato che parliamo della Salome di Strauss su versi di Oscar Wilde, Flaubert non c'entra nulla. Ennesimo fuori tema, voto 4. Curiosa poi è tutta una elucubrazione per la quale le scale che "scendono" invece di "salire" siano una sorta di citazione di una scenografia di un film sulla deboscia post-adolescenziale che vide Reeves protagonista...Più semplicemente, questa regia ha il merito di essere concepita per tutti, per la platea e per il loggione. Una scala in lieve pendenza in discesa dall'alto consente di vedere tutto in profondità, contrariamente, se fosse in salita, no. Tutto qui, Isotta. Meno "pippe" e maggior praticità.
Colgo il momento per far notare che dopo 170 righe di testo non sappiamo, noi lettori e datori di lavoro, un beato tubo sulla parte musicale. D'altronde si sta parlando solo di un'opera e la
parte musicale si sa, non è nulla...Niente paura, ne restano ben 42 (meno che per Giuliano Ferrara, quindi!) per tutto il cast.
Scopriamo in questo rimasuglio di inchiostro che di tutto il cast non si può dire nulla perch
é
le voci sono costrette a forzare e a sforzarsi per oltrepassare le barriere di suono di Harding che viene definito "sfacciato" e "impertinente" e che dirige come un "ragazzino di sedici anni" con un'analisi orchestrale "vanamente paranoica", aggiungendo in chiusura che del "quintetto degli Ebrei non si è riusciti a cogliere una parola".
Qui casca l'asino. Per due motivi. Primo: chi c'era sa perfettamente che TUTTE le voci passavano, che TUTTI gli ebrei si sentivano, che Harding non ha coperto nulla (salvo quello che oggettivamente è impossibile da non coprire, vista l'orchestrazione pesante di Strauss, ad esempio, sotto il Battista. I bassi in Strauss devono lottare con gli ottoni, le voci femminili passano sempre. Lo sanno anche i sassi) e si sentivano benissimo anche per il semplice fatto che, come ha scritto Checco '73 (e lo ringrazio per avercelo detto) la struttura scenica era chiusa in alto e fungeva da cassa armonica aiutando in maniera sensibile tutte le voci (anche il coretto degli Ebrei con il suo triplice "Oh" alla promessa di Erode di dare anche il Velo del Santuario, posto sul fondo scena era nitidissimo). Il secondo motivo per cui
un quadrupede che raglia casca è che circa 2000 spettatori hanno tributato ovazioni a tutti. E dato che le ovazioni si tributano per qualcosa che si sente e si apprezza, non per qualcosa che NON si sente e non si apprezza, all’Isotta
non viene in mente che, unico tra 2000 a non sentire, a scrivere quello che scrive faccia un po' la figura del mentecatto?
Concludo con un'osservazione: la definizione di Wikipedia della parola "elzeviro" in tempi moderni. "Per elzeviro s'intende spesso un articolo scritto con un'eccessiva cura formale ma che non presenta particolari motivi d'interesse; una "variazione sul tema" scritta magari per riempire una mezza pagina (i pezzi sulle stagioni che vanno e vengono, ecc.). Tra le cattive abitudini degli italiani (e in particolare dei giornalisti) ci sarebbe la tendenza a scrivere elzeviri... forse incoraggiata dal sistema educativo (in fondo l'elzeviro è la versione 'adulta' del tema scolastico).
L'elzeviro può essere considerato un parente decaduto dell'editoriale e del corsivo."
Mi sembra che gli articoli di Isotta, in quest'ottica, siano appropriatissimi nel non presentare alcun motivo di interesse, proprio come un pezzo sulle Stagioni che passano. Al Corriere consiglio di prendere in considerazione la cosa.
Saluti a tutti

Massimiliano Vono

 

postato da: elenas alle ore 14:19 | Permalink | commenti (174)
categoria:
mercoledì, 07 marzo 2007

La recensione di Massimiliano Vono di Salome

Confesso di avere un debole per Salome (non per la protagonista, chè ne andrebbe della mia vita: suicida come Narraboth o, peggio, decollato come Jochanaan), ma per l'opera di Strauss. In essa il virtuosismo spinto all'estremo della scrittura orchestrale e vocale, nonchè l'estetismo decadente dei versi wildiani aderiscono profondamente alla mia sensibilità. Essendo un'opera che amo moltissimo ho sviluppato negli anni una sensibilità accentuata per cogliere le sfumature delle esecuzioni, oltre ad una notevole collezione di documenti sonori.
Parlando di storia sono tre le "Salome" per me di riferimento: quella di Mitropoulos del 1958 a New York, quella di Karajan del 1977 e quella di Sinopoli del 1990.
Curiosamente questa "progressione storica" coincide anche con una distillazione della psicologia sonora della protagonista, sempre più sofisticata con il passare degli anni: Mitropoulos con l'"erinne" Inge Borkh sposava un'interpretazione aspramente selvaggia e densa di scabra lascivia (la sua Danza dei Sette Veli, priva totalmente di battute regolari e perennemente zoppa nella scansione metrica, è a tutt'oggi la più sconvolgente che io conosca); Karajan nella sontuosità decadente avvolgeva in spire voluttuose il timbro acidulo e capriccioso della Behrens; Sinopoli con camerismo klimtiano valorizzava l'innocenza perversa della Salome-Bambina di una fenomenale Cheryl Studer, erede nella concezione del personaggio della Caballè, la quale però era scarsamente sostenuta da Leinsdorf, almeno nel documento fonografico commercializzato.
Tutto questo per dire che "Salome" fa parte delle opere (poche) la cui documentazione fonografica è artisticamente eccellente, quindi gli ascoltatori sono, volente o nolente, abituati al top.
Dal vivo, viceversa, le cose non vanno spesso così bene. E per svariate ragioni. Una, classica: Salome è uno dei ruoli più massacranti del teatro musicale. Farla bene in disco è una cosa, in teatro è ben altra. Seconda, meno classica: Salome, che è un'opera dove la deboscia, il vizio, la malattia, la lascivia la fanno da padrone ha ,al suo interno, quello stramaledetto intermezzo sinfonico che è la Danza dei Sette Veli, dannazione di qualsiasi regista. Per un tempo teatralmente lunghissimo (dai 9 agli 11 minuti e qui dipende dal direttore, e i registi sperano sempre il meno possibile) Salome deve danzare e lo deve fare sensualmente, tirando Erode letteralmente "fuori di testa" con la propria femminilità. Solitamente si ricorre al raddoppio della parte da parte di una danzatrice. Quando questo non avviene di norma sono dolori, dato che molto difficilmente, o meglio mai, una cantante è anche abile nell'arte coreutica, spesso sconfinando così nell'involontario ridicolo.
Nadja Michaels, ascoltata oggi alla Scala, da me per la prima volta, è in primis grande cantante e...in primis (ancora!) grande coreuta. Non so se abbia studiato danza, se sia stata ballerina...ho letto che è una sportiva con i fiocchi. In ogni modo non mi è mai capitato di vedere una prova di recitazione così dispendiosa di energie fisiche nella Danza che non lasci traccia in tutto il lunghissimo (e per questo difficilissimo) monologo finale (anche se ha prudentemente scelto la variante bassa per un paio di acuti). La Michaels, anche con la sua figura asciutta, oltre che con il timbro di voce, disegna una Salome adolescenziale, capricciosa, volubile...anche un po' "stronzetta" (la maniera con cui si toglie dai piedi, letteralmente, il cadavere dello spasimante Narraboth ad esempio), ma anche animalesca e demonica (la voce di gola nei ripetuti "den kopf des Jochanaan" ad Erode). Una lezione di interpretazione.
Jochanaan (Falk Struckmaan) è entrato, dopo i suoi fuoriscena dalla cisterna, con due "Wo ist der" che erano altrettante bordate di un profeta furioso, posseduto dall'ansia di conversione.
Viceversa Peter Bronder (Erode) e la bravissima Iris Vermillion (Herodias) sono stati assoluti nella loro interpretazione di vegliardi debosciati e litigiosi. Una volta tanto eccellenti anche le parti di fianco (benissimo anche Narraboth-Matthis Klink..."Wie schoen ist die Prinzessin Salome heute nacht" con cui apre l'opera è stato un'aperta dichiarazione d'amore, non un'astrazione contemplativa e lunare come ascoltiamo di solito ovunque...un Narraboth di sangue e passione, non larvatico).
Ed ora, "dulcis in fundo", Daniel Harding. Confesso di essere andato all'opera prevenuto, memore della pessima prova dei due concerti dello scorso autunno che mi avevano fatto pensare a una meteora ormai esausta.
E' stato formidabile. Aderendo perfettamente allo spirito straussiano, permeato da Oscar Wilde, ha disegnato un'interpretazione condotta fra estremi di colliquato decadentismo (tutta la prima parte fino alla discesa del Battista nella cisterna) con una concertazione che privilegiava l'evanescenza dei timbri di celesta e arpe e le smorfie lascive dei legni e, viceversa, il più asciutto espressionismo nei passi di maggior violenza (finale della Danza, esecuzione del Battista, finale dell'opera). Il tutto con la massima naturalezza, senza cesure, con organicità di veduta, senza, per intenderci, alcuna sensazione di schizofrenia.
Last but not least la regia di Bondy è stata efficacissima, movimentata e, se vogliamo, unitamente ai mezzi sonori e plastici della Michael, il vero artefice artistico di questa "prinzessin ragazzina capricciosa" è stato lui. E l'idea dei sette veli che non sono veli da togliere, ma da cambiare durante la danza, è di quelle che si ricordano.
Trionfo assoluto e su tutti i fronti.

Massimiliano Vono

postato da: elenas alle ore 11:52 | Permalink | commenti (60)
categoria:
martedì, 06 marzo 2007

 

 

 

http://www.teatroallascala.org/public/LaScala/IT/stagioni/stagione2/opera-e-balletto/07_Salome/Opera/index.html

iconaSalome2Richard Strauss   
Salome


Foto: Sascha Kramer

 

Libretto di Hedwig Lachmann
da Oscar Wilde
Nuovo allestimento
Produzione del Festival di Salisburgo

 
Durata dello spettacolo: 1 ora e 40 minuti
Direttore
Daniel Harding  
Regia
Luc Bondy  
Scene
Erich Wonder  
Costumi
Susanne Raschig  
Lighting designer
Alexander Koppelmann  
Coreografia
Lucinda Childs

06/03/2007
Peter Bronder (Herodes); Iris Vermillion (Herodias); Nadja Michael (Salome); Falk Struckmann (Jochanaan); Matthis Klink (Narrabot); Natela Nicoli (Ein Page); Manuel Von Senden (1.Jude); Gregory Bonfatti (2.Jude); Antonio Feltracco (3.Jude); Ian Thompson (4.Jude); Thomas Gazheli (5.Jude); Mark Steven Doss (1.Nazarener); Tiago Arancam (2.Nazarener); Gabor Bretz (1.Soldat); Giancarlo Boldrini (2.Soldat); Carlo Malinverno (Ein Cappadocier); Ketevan Kemoklidze (Ein Sklave);


postato da: Attilia alle ore 22:51 | Permalink | commenti (28)
categoria:
lunedì, 05 marzo 2007

ALICE BACCALINI

L’8 marzo ad Alice (nipotina biologica dello Zio Bacca) verrà consegnato il Premio “La musica per la vita” assegnatole dall’Associazione ASSAMI come giovane talento del 2007, in una cerimonia in cui verranno premiate anche l’etoile Alessandra Ferri, la direttrice della scuola di ballo della Scala Anna Maria Prina, la soprano Fiorenza Cedolins, oltre che Livia Pomodoro e Donatella Versace ( vedi http://www.assami.it/premio_8_marzo.htm).

Alice nel corso del mese di marzo parteciperà a due rassegne musicali nella Sala Puccini del Conservatorio, suonando in entrambe le occasioni il “Andante spianato e Grande Polacca brillante” op. 22 di F. Chopin:

1)       Concerto degli studenti del Liceo musicale, sabato 17 marzo alle ore 17.00

2)       Concertiamo, martedì 27 marzo alle 12.45

 

Alice terrà successivamente due recital:

1)       all’Università Popolare, in Via Terraggio 1, domenica 22 aprile alle ore 16.30

2)       presso l’Associazione Amici del Loggione, in Via Pellico 6, venerdì 11 maggio alle ore 21.00

In queste due occasioni eseguirà il seguente programma:

J. S. Bach, Ouverture francese in si minore;

F. Chopin, Ballata n. 4;

C. Debussy, Estampes;

F. Chopin, Andante spianato e Grande Polacca brillante op. 22

 

 Naturalmente, Alice è anche LA LOGGIONISTA DEL MESE!!

 alicebaccalini_fronte_0

postato da: elenas alle ore 01:42 | Permalink | commenti (12)
categoria: