MUTI RITROVATO
A Ravenna si è ascoltata probabilmente una delle migliori performance del direttore napoletano. E gli si dedica un post apposito.
Era qualche anno che non ascoltavo Riccardo Muti in concerto o in opera. Le ultime prove sinfoniche alla Scala da me ascoltate erano state irrilevanti (Beethoven, Bruckner) e tutte quelle interpretazioni impostate sotto criteri formali e neoclassici mi avevano non poco tediato (Ballo di Verdi).
Ma sono un tipo curioso che non tifa per nessuno e che ha sempre ritenuto il Muti degli anni giovanili (fino ai primi anni '80) capace di interpretazioni impetuose e temperamentose dal lato espressivo e virtuosistiche da quello musicale.
Così ho deciso di fare un salto a Ravenna per ascoltarmi tre, dicasi tre, concerti del nostro e vedere a che punto eravamo. Se era lo stesso in cui lo avevo lasciato (un punto di non ritorno forse, ingessato e compassato "made in Gluck et similia" oppure c'era stata una sorta di purificazione e/o di riconquista degli albori). Occasione d'esordio del primo concerto quello con i Wiener Philharmoniker, con programma erratico, tipico di Muti, privo di apparente logica musicale: Schubert-Ouverture dell'Arpa incantata, Mozart-Sinfonia Haffner per la prima parte. Seconda parte colorismo puro spagnoleggiante: Ravel-Rapsodie Espagnole, De Falla-Suite n.2 dal Sombrero. A ben vedere non è un programma privo apparentemente di logica musicale. Ne è privo totalmente. Quindi i preconcetti erano molti. Anche perchè in Mozart Muti è stato quasi sempre interprete sommo, ancorchè prevedibile nei propri stilemi. Ma di Ravel possiedo la sua registrazione Philadelphia anni '80 e non si va oltre un colorismo d'effetto post-toscaniniano. Idem per il De Falla, sempre anni '80 e sempre Philadelphia.
Entra Muti, occhialuto, a passi veloci, e sale sul podio del peggior luogo al mondo dove assistere a un concerto di musica classica: l'orrido Palasport di Ravenna, con cupolone in vetrocemento, seggiolini di plastica, zero accorgimenti acustici (qualche pannello riflettente qua e là), architettura esterna post-fascista. Suono dettagliato, ma lontano, un po' riverberante. Ci sono 3.800 spettatori circa però, e la disciplina del pubblico è notevole.
Attacca l'ouverture e già dai primi impasti sonori dei legni nel tempo lento di apertura si ravvisa la cifra stilistica propria del direttore: un fraseggio caldo, ma tipicamente italiano (italiano in senso mutiano, quindi dal Lazio in giù) che sarebbe più appropriato in Verdi che non i Schubert. Ma i Wiener sono in forma smagliante e l'esecuzione scorre via con il tempo mosso dello sviluppo affettuosissimo e spiritato. Muti richiede sfumature e variazioni dinamiche esasperate e di grande effetto virtuosistico e l'orchestra risponde prontissima senza una smagliatura. Una festa per le orecchie.
La condotta della Haffner è particolare: tempi strettissimi (l'Andante diventa un Allegretto con moto; il Minuetto uno Scherzo pre-beethoveniano, dove anche il trio, mantenendo inalterata la rapida scansione iniziale, diventa un respiro amoroso affannato), ma agogica non rigida, ma libera, non costretta. Qui Riccardo Muti appare veramente libero e abbandonato al piacere di suonare: le grandissime differenziazioni dinamiche e di equilibri orchestrali prontamente realizzate dai Wiener non sono fini a se stesse ma inserite perfettamente nella compattezza della visione formale. Un po' come gli era riuscito nella Forza del Destino in disco del 1986: unità di visione, stringatezza della realizzazione, virtuosismo direttoriale. Una grande Haffner e un grande Mozart.
Parentesi: chi scrive si è meravigliato, anche visivamente, della libertà del gesto di Muti. Non più il personaggio seduto o semiseduto che con la mano sinistra dava solo segni di controllo dinamico teso a "schiacciare" il suono e a "fermare" l'espressione, mentre con la destra scandiva il tempo, ma un direttore che si piega fino a toccare terra con le mani, che salta, che si abbassa repentinamente. In breve che dà sfoggio di virtuosismo quale non ricordavo da anni immemori. Chiusa parentesi.
Seconda parte: la Spagna. Che cosa c'entri la Spagna di Ravel con quella di De Falla è impresa ardua a spiegarsi, ma possibile. Cosa c'entri la Vienna di Mozart con la Spagna di Ravel e De Falla, o meglio, cosa c'entri Mozart con Ravel o De Falla è cosa che solo Muti potrebbe spiegare, e forse nemmeno lui (il tentativo di farlo al pubblico alla fine del concerto non è riuscito. Faceva meglio a dire "mi andava di suonare questo" e avrebbe fatto migliore figura che non "i compositori hanno unito l'Europa prima di noi" che non vuol dire un tubo, ma è un peccato veniale. Alla fine ha diretto queste musiche perchè gli piacevano e va bene così).
La Rapsodia di Ravel ha superato la versione discografica in mio possesso: senza raggiungere, chiaramente, le vette proprie di un Celibidache (irraggiungibile da chiunque) ha evitato l'esecuzione "rigorosa" in stile post-toscaniniano di Philadelphia, preservandone tuttavia il carattere ritmico. I colori sollecitati dal direttore e attuati in maniera sensazionale dai Wiener erano caldissimi, esausti, molli, degni di una notte non tanto spagnola, quanto africana, una notte torrida in ogni modo. Poco cartesio in questo Ravel e tanto colore: l'Habanera era un tripudio di glissati, la Danza finale orgiastica (e gesto di Muti orgiastico pur esso).
Le Danze di De Falla sono state colore e virtuosismo allo stato puro, forse un po' "baccanose" (ma i Wiener in forma smagliante non fanno baccano, mai), ma certo popolane e divertentissime sul piano dell'ascolto. Nessun fraseggio "napoletano", molto impeto, molta festa.
Fine del concerto...Ah, no, Il bis. Ouverture da Indigo e i 40 ladroni di Strauss ("ogni riferimento è puramente casuale" annuncia Muti). Uno dei brani più sofisticati di Strauss figlio e meno accattivanti per la platea. Un tentativo di Muti di tornare a Vienna dai villaggi spagnoli in festa in una manciata di minuti. Tentativo riuscito a metà. Meglio sarebbe stato rimanere in "Espana" con Chabrier. Era il momento e il Muti adatto, il migliore
Saluti
Massimiliano Vono