venerdì, 29 giugno 2007

DSCN0617C'è chi ha sentito i Wiener con Muti e chi ha sentito i Berliner con Rattle....

Di ritorno da Aix en Provence per la prova generale di Walkiria, seconda giornata del Ring di Rattle con i Berliner e la regia di Stéphane Braunschweig. (Aix en Provence, 26 giugno 2007 - Nuovo Théatre de Provence )

Formidabile macchina da guerra sonora, i Berliner lasciano sempre stupefatti per il suono così potente, perfetto, ricco, maestoso, pieno: ti piomba addoso,  ti vibra dentro e si impone all'ascolto, protagonista di tutta l'esecuzione dell'opera. In compenso non posso dire di aver trovato la stessa originalità nella direzione che invece avevo colto nell'Oro del Reno lo scorso anno (più ancora che nella sua riproposta a Salisburgo - tutto il Ring è una coproduzione fra il Festival di Aix e il Festival di Pasqua di Salisburgo): direzione chiara, precisa, pulita ma senza momenti particolarmente emozionanti, anche il sublime finale, l'incantesimo del fuoco, non aveva il pathos e la solennità di altre interpretazioni (Karajan ad esempio).

Fra i cantanti un'eccellente Sieglinde di Eva Marie Westbroek, mentre un po' deludente il Siegmund di Robert Gambill (ma bisogna considerare che era la prova generale) e meno potente e incisivo Willard White come Wotan rispetto all'Oro del Reno. Magnifiche anche Brunhilde (Eva Johansson) e Fricka (Lilli Paasikivi) e bravissimo Hunding (Mikhail Petrenko). La messa in scena e la regia riprendevano l'idea conduttrice dello scorso anno, con delimitazioni dell'ambiente che creano una sensazione volutamente claustrofobica (pareti anguste, piccole finestre in alto sui muri) e, all'opposto, con proiezioni di vasti paesaggi (in questo caso imponenti montagne innevate). Più tradizionale questa Walkiria rispetto all'Oro, dove avevamo visto ad esempio i due giganti in veste di imprenditori edili con tanto di valigetta ventiquattrore in mano. Divertente Wotan che, seduto ad un tavolo, si balocca con i soldatini prima dell'irruzione in scena di Fricka che glieli mette via in una scatola di latta, come a dire che adesso il gioco è finito e, re degli dei o meno, deve ascoltare quello che lei gli sta per dire (a proposito, chissà se i tradizionalisti del family day prossimamente prenderanno a loro testimonial proprio Fricka!) La scena più innovativa era quella della cavalcata delle Walkirie, dove le 8 sorelle di Brunhilde trascinano ciascuna il corpo di un soldato ucciso lungo una lunga e ripida scala, a significare forse l'orrore delle tante guerre in corso nel mondo.

Insomma un bello spettacolo dominato dal suono spettacolare (scusate il bisticcio!) dell'orchestra che più preferisco al mondo!

Attilia

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martedì, 26 giugno 2007

MUTI RITROVATO

A Ravenna si è ascoltata probabilmente una delle migliori performance del direttore napoletano. E gli si dedica un post apposito.

Era qualche anno che non ascoltavo Riccardo Muti in concerto o in opera. Le ultime prove sinfoniche alla Scala da me ascoltate erano state irrilevanti (Beethoven, Bruckner)  e tutte quelle interpretazioni impostate sotto criteri formali e neoclassici mi avevano non poco tediato (Ballo di Verdi).
Ma sono un tipo curioso che non tifa per nessuno e che ha sempre ritenuto il Muti degli anni giovanili (fino ai primi anni '80) capace di interpretazioni impetuose e temperamentose dal lato espressivo e virtuosistiche da quello musicale.
Così ho deciso di fare un salto a Ravenna per ascoltarmi tre, dicasi tre, concerti del nostro e vedere a che punto eravamo. Se era lo stesso in cui lo avevo lasciato (un punto di non ritorno forse, ingessato e compassato "made in Gluck et similia" oppure c'era stata una sorta di purificazione e/o di riconquista degli albori). Occasione d'esordio del primo concerto quello con i Wiener Philharmoniker, con programma erratico, tipico di Muti, privo di apparente logica musicale: Schubert-Ouverture dell'Arpa incantata, Mozart-Sinfonia Haffner per la prima parte. Seconda parte colorismo puro spagnoleggiante: Ravel-Rapsodie Espagnole, De Falla-Suite n.2 dal Sombrero. A ben vedere non è un programma privo apparentemente di logica musicale. Ne è privo totalmente. Quindi i preconcetti erano molti. Anche perchè in Mozart Muti è stato quasi sempre interprete sommo, ancorchè prevedibile nei propri stilemi. Ma di Ravel possiedo la sua registrazione Philadelphia anni '80 e non si va oltre un colorismo d'effetto post-toscaniniano. Idem per il De Falla, sempre anni '80 e sempre Philadelphia.
Entra Muti, occhialuto, a passi veloci, e sale sul podio del peggior luogo al mondo dove assistere a un concerto di musica classica: l'orrido Palasport di Ravenna, con cupolone in vetrocemento, seggiolini di plastica, zero accorgimenti acustici (qualche pannello riflettente qua e là), architettura esterna post-fascista. Suono dettagliato, ma lontano, un po' riverberante. Ci sono 3.800 spettatori circa però, e la disciplina del pubblico  è notevole.
Attacca l'ouverture e già dai primi impasti sonori dei legni nel tempo lento di apertura si ravvisa la cifra stilistica propria del direttore: un fraseggio caldo, ma tipicamente italiano (italiano in senso mutiano, quindi dal Lazio in giù) che sarebbe più appropriato in Verdi che non i Schubert. Ma i Wiener sono in forma smagliante e l'esecuzione scorre via con il tempo mosso dello sviluppo affettuosissimo e spiritato. Muti richiede sfumature e variazioni dinamiche esasperate e di grande effetto virtuosistico e l'orchestra risponde prontissima senza una smagliatura. Una festa per le orecchie.
La condotta della Haffner è particolare: tempi strettissimi (l'Andante diventa un Allegretto con moto; il Minuetto uno Scherzo pre-beethoveniano, dove anche il trio, mantenendo inalterata la rapida scansione iniziale, diventa un respiro amoroso affannato), ma agogica non rigida, ma libera, non costretta. Qui Riccardo Muti appare veramente libero e abbandonato al piacere di suonare: le grandissime differenziazioni dinamiche e di equilibri orchestrali prontamente realizzate dai Wiener non sono fini a se stesse ma inserite perfettamente nella compattezza della visione formale. Un po' come gli era riuscito nella Forza del Destino in disco del 1986: unità di visione, stringatezza della realizzazione, virtuosismo direttoriale. Una grande Haffner e un grande Mozart.

Parentesi: chi scrive si è meravigliato, anche visivamente, della libertà del gesto di Muti. Non più il personaggio seduto o semiseduto che con la mano sinistra dava solo segni di controllo dinamico teso a "schiacciare" il suono e a "fermare" l'espressione, mentre con la destra scandiva il tempo, ma un direttore che si piega fino a toccare terra con le mani, che salta, che si abbassa repentinamente. In breve che dà sfoggio di virtuosismo quale non ricordavo da anni immemori. Chiusa parentesi.

Seconda parte: la Spagna. Che cosa c'entri la Spagna di Ravel con quella di De Falla è impresa ardua a spiegarsi, ma possibile. Cosa c'entri la Vienna di Mozart con la Spagna di Ravel e De Falla, o meglio, cosa c'entri Mozart con Ravel o De Falla è cosa che solo Muti potrebbe spiegare, e forse nemmeno lui (il tentativo di farlo al pubblico alla fine del concerto non è riuscito. Faceva meglio a dire "mi andava di suonare questo" e avrebbe fatto migliore figura che non "i compositori hanno unito l'Europa prima di noi" che non vuol dire un tubo, ma è un peccato veniale. Alla fine ha diretto queste musiche perchè gli piacevano e va bene così).
La Rapsodia di Ravel ha superato la versione discografica in mio possesso: senza raggiungere, chiaramente, le vette proprie di un Celibidache (irraggiungibile da chiunque) ha evitato l'esecuzione "rigorosa" in stile post-toscaniniano di Philadelphia, preservandone tuttavia il carattere ritmico. I colori sollecitati dal direttore e attuati in maniera sensazionale dai Wiener erano caldissimi, esausti, molli, degni di una notte non tanto spagnola, quanto africana, una notte torrida in ogni modo. Poco cartesio in questo Ravel e tanto colore: l'Habanera era un tripudio di glissati, la Danza finale orgiastica (e gesto di Muti orgiastico pur esso).
Le Danze di De Falla sono state colore e virtuosismo allo stato puro, forse un po' "baccanose" (ma i Wiener in forma smagliante non fanno baccano, mai), ma certo popolane e divertentissime sul piano dell'ascolto. Nessun fraseggio "napoletano", molto impeto, molta festa.
Fine del concerto...Ah, no, Il bis. Ouverture da Indigo e i 40 ladroni di Strauss ("ogni riferimento è puramente casuale" annuncia Muti). Uno dei brani più sofisticati di Strauss figlio e meno accattivanti per la platea. Un tentativo di Muti di tornare a Vienna dai villaggi spagnoli in festa in una manciata di minuti. Tentativo riuscito a metà. Meglio sarebbe stato rimanere in "Espana" con Chabrier. Era il momento e il Muti adatto, il migliore


Saluti

Massimiliano Vono

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mercoledì, 20 giugno 2007
Leonard Bernstein
Candide
Il penultimo appuntamento prima della chiusura estiva ci riporta a un clima più leggero e "ottimista", per quanto ispirato a un crudele paradosso di Voltaire. Candide non è mai stato rappresentato qui, sebbene il Teatro alla Scala abbia sempre intrattenuto ottimi rapporti con il grande musicista americano, sia come direttore sia come compositore, tanto da commissionargli un'opera, A Quiet Place, andata in scena nel 1984.
Per questo debutto firma un nuovo spettacolo il regista canadese Robert Carsen, autore di quella Kat'a Kabanová immersa nell'acqua che ha riscosso enorme successo nella stagione scorsa. William Burden e Anna Christy nei ruoli principali. Accanto a loro, una specialista deliziosa del repertorio americano come Kim Criswell, e per i ruoli recitati Lambert Wilson. (dal sito del Teatro alla Scala:
http://www.teatroallascala.org/public/LaScala/IT/stagioni/stagione1/opera-e-balletto/13_Candide/Opera/index.html
Direttore
John Axelrod  
Regia
Robert Carsen  
Scene
Michael Levine  
Costumi
Buki Shiff  
Luci
Robert Carsen
Peter Van Praet
 
Coreografia
Rob Ashford  

Personaggi Interpreti

Candide

 

William Burden

 

Cunegonde

 

Anna Christy

 
Pangloss, Martin, Voltaire
  Lambert Wilson
 

The Old Lady

  Kim Criswell
 

Maximilian

 

David Adam Moore

 

Paquette

 

Jeni Bern

 
The Captain, The Governor,
Vanderdendur, Ragotski
  Bonaventura Bottone
 

Cacambo

 

Ferlyn Brass

 

King Stanislas

 

Philip Glenister

 

King Hermann Augustus

 

Simon Butteriss

 

Sultan Achmed

 

Adrian Brand

 

Tsar Ivan

 

Steven Page

 

Price Charles Edward

 

Philip Sheffield

 

The beggar

 

Thierry Laurion

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venerdì, 15 giugno 2007

MiTo, c´è musica per tutti
Moratti: "Meno soldi alla Scala, più a chi aderisce al festival"

Spettacoli dalla Corea e finale con i fuochi d´artificio e le note di Haendel
Novantadue concerti, in buona parte gratuiti in venti giorni
PAOLA ZONCA (da La Repubblica di venerdì 15 giugno 2007)

 

I numeri sono da record: 92 concerti (di cui 52 a ingresso gratuito) e 15 tra incontri, mostre, proiezioni, 46 sedi cittadine interessate più 4 in Lombardia, 33 istituzioni milanesi coinvolte. Anche i finanziamenti sono impegnativi: 3 milioni di euro finanziati dal Comune, altrettanti dai privati (tra cui Camera di Commercio e Intesa San Paolo). Il Festival MiTo, nato da una costola del trentennale "Torino Settembre Musica" (altri cento appuntamenti), sbarca all´ombra del Duomo dal 4 al 27 settembre portandosi dietro uno strascico di polemiche e discussioni (c´era davvero bisogno di un festival a Milano? Perché il Comune dà soldi al MiTo e non salva l´orchestra Verdi?) che gli organizzatori bocciano come «faziose».
Il sindaco Letizia Moratti aveva lanciato l´idea di una grande festa della musica subito dopo la sua elezione, il finanziere Francesco Micheli l´ha raccolta, trovando l´incondizionato appoggio dell´amministrazione. «È un festival che si pone ai primi posti in Europa - dice con enfasi la Moratti alla conferenza stampa, presente anche il primo cittadino di Torino, Sergio Chiamparino - Fa uscire la musica dagli spazi tradizionali per far vivere le piazze, i cortili e gli altri luoghi più popolari». L´assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi chiosa con una battuta: «Dopo la prima edizione del MiTo non si parlerà più di melomani ma di mitomani». E aggiunge: «Intellettuali di sinistra come Umberto Eco e Gae Aulenti hanno applaudito il Festival. Solo la sinistra politica lo ha osteggiato».
Non solo musica sinfonica, ma anche contemporanea, antica, jazz, pop e world nel cartellone ideato da Enzo Restagno e inaugurato il 4 settembre alla Scala da Zubin Mehta con la Israel Philharmonic. Non mancano le grandi orchestre: la Filarmonica della Scala con Daniele Gatti al Palasharp il 9 settembre (capienza 10 mila persone, biglietti a 5 euro), la Philharmonia Orchestra con Martha Argerich il 7 agli Arcimboldi, la Filarmonica di San Pietroburgo con Yuri Temirkanov l´11 e il 12 al Conservatorio, la Bayerisches Staatsorchester diretta da Kent Nagano il 17 agli Arcimboldi. Riccardo Muti sarà a Torino con la Chicago Symphony Orchestra il 27, ma non a Milano. Commenta Sgarbi: «Non vuole venire. L´ho sentito 15 giorni fa: tornerà solo quando alla Scala non si vedrà più un Don Giovanni con Donna Elvira in Lambretta». Focus sulla Corea con concerti, spettacoli di danza tradizionale e un omaggio al compositore Isang Yun. Alla musica contemporanea sono dedicati concerti con opere di Castiglioni, Linchemann, Ligeti e Sciarrino. Arriva anche il cantautore brasiliano Caetano Veloso, all´Alcatraz il 27. Il finale è con un concerto con fuochi d´artificio barocchi e musiche di Rameau e Haendel al Castello Sforzesco.
Nel pomeriggio, arriva una dichiarazione del sindaco destinata a creare polemiche: «Il Comune darà meno contributi comunali alla Scala e di più alle altre piccole realtà musicali della città che hanno aderito con entusiasmo al MiTo. La Scala riceve ogni anno dal Comune 6,3 milioni di euro. L´Orchestra Verdi e i Pomeriggi Musicali ricevono invece 200-300 mila euro e le altre 30 associazioni tutte insieme 300 mila. È mia intenzione rivedere il sistema dei contributi».

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lunedì, 11 giugno 2007
del 10 Giugno 2007



10 Giugno 2007, ore 20.00
TEATRO ALLA SCALA, MILANO
STAGIONE FILARMONICA

Direttore: Lorin Maazel

Denis Matsuev, pianoforte

Musiche: Serge Rachmaninoff

Programma:
Serge Rachmaninoff: La roccia, poema sinfonico
Serge Rachmaninoff: Concerto per pianoforte e orchestra n.3
Serge Rachmaninoff: Sinfonia n.3

(dal sito della Filarmonica della Scala http://www.filarmonica.it/ )
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martedì, 05 giugno 2007

Dmitrij Šostakovič   
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk
(Ledi Makbet Mcenskogo Uezda)

Libretto di Dmitrij Šostakovič e Alexander Prejs
Nuovo allestimento
Produzione della Royal Opera House London

Direttore: Kazushi Ono

Regia: Richard Jones

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